È un uccello? È un aereo? No, è... una recensione su un film di Superman uscito quasi vent’anni fa! Sì, lo so: nessuno ne sentiva davvero il bisogno. Mentre tutti aspettano con impazienza il nuovo Superman firmato James Gunn, magari riguardando per l’ennesima volta quel capolavoro diretto da Richard Donner — o, chissà, continuando a credere che Zack Snyder abbia fatto anche cose buone — io ho deciso di prendere una strada diversa. Per celebrare questa Super-estate, mi sono tuffato nella (ri)scoperta di una pellicola forse ingiustamente dimenticata: Superman Returns.
Superman Returns di Bryan Singer è un film singolare e, a suo modo, emblematico. Uscito nel 2006 con grandi aspettative, vuole porsi come un diretto sequel dei primi due capitoli della saga cinematografica inaugurata da Richard Donner nel 1978, ignorando gli sviluppi dei film successivi (Superman III e IV). Eppure, più che un seguito, Superman Returns sembra un reboot travestito, con un incipit in medias res e un tono narrativo e registico che si discosta nettamente dalla leggerezza e dallo spirito d’avventura della saga classica.
Brandon Routh, giovane esordiente all’epoca, riesce con sorprendente efficacia a incarnare il Superman “donneriano”: la postura, la voce, persino lo sguardo malinconico e alieno ricordano il compianto Christopher Reeve senza scadere nella semplice imitazione. È un Superman dolente, rientrato sulla Terra dopo anni di assenza alla ricerca delle sue origini, e forse proprio per questo ingiustamente dimenticato dal grande pubblico. La sua performance è sobria, intensa, e avrebbe meritato maggiore riconoscimento.
Accanto a lui, Kevin Spacey regala un Lex Luthor che, ad oggi, resta uno dei migliori mai portati sullo schermo. Crudele, megalomane, teatrale ma anche spietatamente lucido, il suo Luthor riprende il tono beffardo di Gene Hackman ma lo trasfigura in qualcosa di più oscuro e minaccioso. È la perfetta antitesi dell’eroe: mentre Superman è un alieno che ama e desidera l'umanità, Luthor è un umano folle che brama essere un dio.
Tuttavia, ciò che affossa Superman Returns è l’incertezza tematica. Il film si interroga sul “ritorno” dell’Uomo d’Acciaio, ma non riesce mai a chiarire davvero perché sia tornato e che cosa rappresenti il suo ritorno. È il mondo ad avere ancora bisogno di Superman? Oppure il film tenta di mostrarci che il mondo è andato avanti, lasciandolo indietro? Si accenna anche al tema della paternità, incarnato nella figura del figlio di Lois Lane – che si scopre essere (forse) di Superman – ma questa sottotrama resta appesa, trattata con un’ambiguità che confonde più che stimolare. Perché inserire il figlio, se non si ha il coraggio o l’interesse di approfondirne le implicazioni emotive e narrative?
A proposito di Lois Lane, Kate Bosworth tenta qui — con risultati piuttosto goffi — di offrirne una versione più audace e moderna. Se nelle incarnazioni precedenti il personaggio restava ancorato al classico ruolo della damigella in pericolo, in Superman Returns si cerca di conferirle maggiore profondità, presentandola come una madre protettiva. Tuttavia, questo tentativo si arena su una rappresentazione superficiale del suo lato professionale: la Lois reporter, teoricamente brillante e determinata, risulta poco credibile e abbozzata. Il risultato è una Lois Lane che finisce per essere facilmente dimenticabile, forse anche a causa della discutibile scelta di affiancarle il personaggio interpretato da James Marsden — un ingombrante contraltare umano e rassicurante di Superman, pensato come lo specchio di ciò che l’Uomo d’Acciaio vorrebbe essere per la donna che ama.
Anche stilisticamente, Superman Returns oscilla in modo irrisolto. La fotografia è più cupa, i toni più gravi, e si respira una sensazione di solitudine e tristezza che stride con la solarità epica e un po’ naïf dei film di Donner. Alcuni momenti sembrano voler citare esplicitamente quell’atmosfera – Superman che salva un aereo, il tema musicale di John Williams che accompagna le sue apparizioni– ma sono episodi isolati in un contesto che appare più vicino al dramma esistenziale che alla favola supereroistica. In questo senso, Superman Returns anticipa molti dei problemi che sarebbero esplosi definitivamente nel Man of Steel (2013) di Zack Snyder: un eroe disilluso, isolato, la perdita dell’ingenuità narrativa, e un mondo che sembra non credere più negli dei in calzamaglia. Non dobbiamo dimenticare che Superman funziona nella sua umanità e non tanto nel suo essere sovrumano. Come detto prima, è un alieno che desidera semplicemente essere umano e che protegge l'umanità nonostante le sue imperfezioni perché è giusto farlo.
In definitiva, Superman Returns è un film affascinante ma irrisolto. Vuole essere un omaggio, un ritorno alle origini e insieme un aggiornamento moderno, ma finisce per perdersi in questo ibrido. Resta però il merito di aver regalato due ottime interpretazioni – quelle di Routh e Spacey – e di aver tentato, pur con esiti discutibili, di rileggere il mito di Superman sotto una nuova luce. Un esperimento imperfetto, ma non privo di valore.
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| Kevin Spacey (Lex Luthor) e Brandon Routh (Superman) in una scena del film. ©Warner Bros. |

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