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Il Baracchino: sopravvivere ridendo

Ho scoperto Il Baracchino durante una pausa pranzo alla Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Ero lì a chiacchierare con la mia insegnante di Coordinamento della Post produzione, quando si lascia sfuggire che stava lavorando, per la prima volta, a un “cartone animato”. Le chiedo di più. Lei mi guarda e dice solo: “È una cosa con degli stand-up comedian di mezzo”. Bastano quelle parole a incuriosirmi. Poco tempo dopo, scopro Il Baracchino. E sì, aveva ragione: non è il solito cartone animato.

Si tratta di serie animata italiana disponibile su Prime Video dal 3 giugno 2025. Sei episodi, formato breve, ambientazione underground e un comedy club scalcinato come centro del mondo. Ma attenzione: dietro quell’apparenza trasandata c’è un progetto ambizioso. La regia è firmata dagli esordienti Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola, la produzione è targata Lucky Red e l’animazione — completamente made in Italy — è curata dallo studio palermitano Megadrago. A distribuire il tutto, ovviamente, ci pensa Prime Video. Il mix che ne esce è esplosivo: una serie assurda, tragicomica e dannatamente reale.

Il Baracchino è il nome di un vecchio comedy club, un tempo celebre e grande punto di riferimento per la comicità, ora ridotto in rovina. Maurizio (Lillo), proprietario del locale ed ex manager di numerosi comici di successo, è un unicorno disincantato intento a chiudere l'attività in quanto convinto che nulla potrà riportarla ai fasti di un tempo. Gli si contrappone Claudia (Pilar Fogliati), una giovane aspirante direttrice artistica, pregandolo di dare al locale un’ultima possibilità organizzando una serata di open mic. Per Claudia non si tratta solo di un’occasione professionale ma di mantenere vivo il club che frequentava sempre da piccola, quando andava a sentire i monologhi comici della defunta zia Tatiana. Con fatica, Claudia e Maurizio mettono su un roster di comici improbabili, aiutandoli a prepararsi per la serata che segnerà il destino del Baracchino.

Lo stile visivo è sporco, volutamente grezzo, pieno di tagli, collage, cut-out e disegni che sembrano schizzi su un quaderno. È proprio questo che lo rende interessante. Le tecniche d’animazione adoperate sono numerose e spettacolari, si va dalla semplice CGI fino alla stop motion, passando per una vera marionetta. A tratti ricorda Lo straordinario mondo di Gumball — anche lì si mescolano tecniche diverse per creare un universo visivo imprevedibile. Il Baracchino fa lo stesso, ma ci aggiunge una spruzzata di disagio sociale tutto italiano.

La regia è altrettanto folle, usa lo stile mockumentary (falso documentario) per raccontare le storie dei personaggi: interviste improvvisate, zoom ridicoli, movimenti di macchina stile handycam, tagli sporchi e voci fuori campo. È un po’ come se The Office incontrasse il pub di quartiere più deragliato d’Italia. E sì, fa ridere. Ma fa anche un po’ male.

Il cast vocale è da applausi: Lillo, Pilar Fogliati, Luca Ravenna, Edoardo Ferrario, Michela Giraud, Yoko Yamada, Daniele Tinti, Stefano Rapone, Salvo Di Paola, Frank Matano e Pietro Sermonti danno vita allo squadrone tragicomico di cui non sapevo di avere bisogno. Le battute hanno ritmo, le pause fanno ridere più delle parole, e ogni personaggio sembra cucito addosso a chi lo doppia.

Con grande merito degli sceneggiatori Matteo Calzolaio e Tommaso Renzoni, la serie affronta con intelligenza e sensibilità temi profondamente attuali, che riguardano tanto il mondo della comicità quanto la nostra quotidianità. I personaggi di Claudia e Maurizio incarnano perfettamente il divario generazionale: da un lato la difficoltà dei più giovani a ottenere il sostegno dei più anziani, dall’altro la diffidenza preconcetta di questi ultimi. Attraverso la loro sottotrama legata alla figura di Tatiana, la serie ci offre uno spaccato di una “famiglia in lutto”, permettendoci anche di ascoltare, grazie a una regia efficace, le riflessioni degli altri personaggi su questo delicato tema. La netta prevalenza di figure maschili rappresenta un chiaro riferimento alla storica impronta maschilista del mondo dello spettacolo, una realtà che il personaggio di Michela Giraud mette abilmente in discussione. Non manca, infine, una pungente ironia nei confronti del politicamente corretto, che porta i protagonisti a concepire una delle barzellette più assurde e paradossali della serie.

Quando Maurizio inizia ad insegnare ai protagonisti il mestiere del comico esordisce dicendo “Regola n°1: fate schifo!”. Ed è esattamente questo il cuore de Il Baracchino: niente è patinato, niente è perfetto, tutto è reale, e quindi ridicolo. La comicità non è evasione, è sopravvivenza. Si ride per non piangere, si scherza per dire cose serie. E alla fine ci si ritrova davanti a uno specchio scomodo, che però sa far ridere davvero.

Locandina della serie Il Baracchino.
©Amazon Prime Video


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